testo performativo / site-specific / poetico-critico / azione artivista

I.
– GHIACCIO – LO SPAZIO CHE SI SCIOGLIE
(Il performer si trova sopra il ghiaccio.)
Non è un monumento
non è il marmo di Piazza Duomo
non è granito
non è acciaio
È ghiaccio
Il respiro dell’Artico
trattenuto per un istante nella forma
Un cubo
Una figura temporanea del silenzio
Ma sotto la superficie
aria dell’era glaciale
Dentro – fratture
come se il ghiaccio volesse dire qualcosa
Ogni respiro è una decisione
A Milano non c’è vento
Ci sono PM10, NO2, O3
lettere che non formano parole
ma scrivono il futuro della malattia
Le auto stanno ferme come statue di cemento
ma non tacciono
Il rumore non riconosce il semaforo rosso
Il ghiaccio si scioglie più in fretta dei dati
più in fretta della pazienza
di chi è bloccato nel traffico in Viale Forlanini
Si scioglie come le case popolari a San Siro
come il sogno di aria pulita a Porta Romana
Il ghiaccio non è solo freddo
È ciò che tace quando nessuno ascolta
È ciò che scompare prima che tu ti accorga che c’era
Nel 1898, qui c’erano persone che non ricevettero pane
Ricevettero proiettili
Dal ponte San Giovanni spararono sui disarmati
Il Duomo guardava in silenzio
Oggi quella fame ha cambiato volto
è mancanza di silenzio
mancanza di ombra
mancanza di alberi
mancanza di alloggio
mancanza di sicurezza
mancanza di voce per chi ha bisogno
Fame di comunità
che non può permettersi l’affitto
Fame di riposo
che le piazze di granito non possono offrire
È una fame di “qui”
Non tutti ce l’hanno
Un “qui” che si scioglie
II.

I – LA COLONNA – CORPO DELLA CITTÀ / IO
(Il performer modella una colonna d’argilla e la posa sul cubo di ghiaccio che si scioglie.)
La città ha un corpo
“I” come colonna
“I” come performer
“I” come verticale tra ghiaccio e lettera
Milano è stata costruita a mano
e con la polvere
Con mattoni, smog, industria, credito e promesse
Con traslochi
con migrazioni
con quartieri dimenticati
Ma l’argilla non sopporta la fretta
rifiuta l’uguaglianza finta
Modello con ciò che è ancora plasmabile
con argilla che ricorda le dita
Non con marmo
non con lusso
con necessità
Questa colonna vuole reggere la città
ma la città non vuole essere leggera
Ci sono quartieri che si spezzano per il prestigio
e quartieri che si sgretolano nel silenzio
La gentrificazione è una parola nuova per una vecchia espulsione
Su quest’argilla si costruisce il lusso
Ma i confini non sono sempre sulle mappe
Isola, prima che fosse di moda
Niguarda, prima che sparisse dalla vista
Bovisa, prima che venisse levigata
In quest’argilla ci sono anche rovine
Leoncavallo – centro sociale minacciato
Muri dipinti con spray
non rumore, ma manifesto
non festa – ma forma di sopravvivenza
La modello con lingue dimenticate
con madri migranti che sono arrivate in treno a Stazione Centrale
e non hanno tempo per l’architettura
Con il colore delle mani nella linea verde della metro
con il silenzio negli occhi di chi
non è invitato al briefing della smart city
Quest’argilla contiene ciò che nessuno espone all’Expo
L’argilla è lingua
non italiano levigato
ma dialetto del cantiere, dei turni notturni, del permesso di soggiorno
Dentro
microfratture
Come nella struttura della città
come nelle amicizie che si rompono all’arrivo dell’affitto
E forse qui
in quest’argilla, in questo vuoto
c’è anche l’eco della tavola in Santa Maria delle Grazie
L’Ultima Cena
senza pane
senza luce
con Giuda e senza voce
con mani che non si toccano
con un corpo che sta per sparire
con uno straniero a cui rifiuti il posto a tavola
C’è ancora qualcosa qui che accetta l’impronta di una mano?
Qui si ruba, non per odio
ma per assenza d’accesso
Perché si cresce tra vetrine che non vedono la fame
e aspettative più rapide delle opportunità
Qui il biglietto della metro si piega sei volte
e nessuno te lo dice – perché ci si guadagna
Qui l’onestà è un lusso
e la legge – una decorazione all’ingresso
III.

m – LA LETTERA – VOCE / ECCESSO / RESTO
(Il performer posa la lettera M sulla colonna, sul ghiaccio che si scioglie.
Tutto lentamente affonda. Argilla e acqua si mescolano. Resta un segno.)
La lettera “m”
Non “M” come Monumento
Una “m” minuscola – stampata in 3D
Fatta di plastica
di intenzione
di bisogno di parlare
Ma anche di bisogno di produrre
Di sovrapproduzione
Di bisogno di mostrarsi
Di essere visti attraverso una vetrina
Stile – non come lingua, ma come eco
Ogni stagione un nuovo messaggio, lo stesso vuoto
“m” – come traccia che non scompare
come plastica nel terreno
come etichetta che sopravvive alle generazioni
come arte che non pesa ma occupa spazio
come arte che non significa ma appare
Possiamo ancora creare arte così?
Come mostra che ripete un altro catalogo
come documento senza destinatario
come la parola “sono” incisa da qualcuno
“M” come Milano
“M” come Miglioramento?
“M” come Maschera – indossata in ogni passeggiata
“M” come Monopolio – sulla terra, sull’acqua, sul desiderio
“M” come Luogo che si scioglie tra le mani
“M” come Città che dice che non c’è posto
“M” come Marcia di chi non ha chiavi
“M” come Mammona
“M” come Madre
“M” come Amore per una città che non ti vuole
Napoleone – qui, nel Duomo
non la città
non il popolo
non la comunità
Dio
“E guai a chi la tocca”
Ma oggi tutto si scioglie
Anche la santità del potere
anche le fondamenta della piazza
anche la certezza di dove siamo
Oggi quella corona non brilla
Oggi brilla solo il vetro di un appartamento vuoto
Invece di posare la “M” su un piedistallo –
la abbasso
Che tocchi la terra
che incontri il selciato
che ricorda il sangue
e le impronte degli stivali
e le lacrime di chi se n’è andato
Perché la città non ha bisogno di più altezza
Non ha bisogno di marmo
Ha bisogno di equilibrio
IV.

I’m – CONCLUSIONE
– il ghiaccio che scompare
I – io, colonna, linea verticale, voce
m – segno, plastica, immagine residua, eccesso
I’m
Sono
Nel mezzo
Non sopra
Non incorono
Non erigo monumenti
Non chiedo attenzione
ARcTic TALK
Non è un manifesto
Non è un comizio
Non è marketing
È solo una conversazione
Con il ghiaccio
con l’argilla
con la piazza
con te
